Incontri ed eventi

Restate sempre aggiornati sugli appuntamenti in libreria!


Feb
6
gio
Essere libere, pratiche di vita quotidiana: quanto conta volersi bene?
Feb 6@18:00–19:30
Essere libere, pratiche di vita quotidiana: quanto conta volersi bene?

Giovedì 6 febbraio 2020

ore 18.00

Essere libere,

pratiche di vita quotidiana:

quanto conta volersi bene?

L’autostima

 

Durante gli incontri del nostro gruppo femminista – “Essere libere” – in cui abbiamo condiviso esperienze personali e riflessioni sul tema dell’indipendenza economica abbiamo concluso trovandoci d’accordo su un’idea di fondo: l’indipendenza economica è una condizione fondamentale per la libertà. Per indipendenza economica, affinchè il legame con la libertà sia costitutivo, è necessario però intendere una condizione di autosufficienza – avere una casa, avere il necessario per vivere – tale per cui sia possibile poter provvedere a sè stesse senza che i bisogni fondamentali della nostra vita dipendano da altre/altri.
Indipendenza economica non è il successo economico nè è una condizione che deve essere vincolata al lavoro (quanti lavori anzichè produrre libertà rendono schiave?), nè tantomeno coincide con l’ avere larga disponibilità di denaro.
Abbiamo capito che l’indipendenza economica non può bastare a se stessa come pratica di libertà, occorre affiancarle altre pratiche di vita quotidiana che, forse, ci siamo dette, sono ancora più importanti. La domanda rimane aperta.
La libertà abbiamo capito è combinazione di tante pratiche che, nella vita di ciascuna, nella storia di ognuna, agiscono rendendoci più libere.
Abbiamo deciso insieme, anche in base alle suggestioni venute dalle esperienze, che la prossima pratica di cui vorremmo discutere perchè fondamentale nella vita quotidiana, è quella dell’autostima: per autostima intendiamo il volersi bene, il valutare nel modo giusto ciò che si è e si fa, darsi valore. Questo, ci siamo dette, arricchisce enormemente la vita in termini di libertà. Essere indipendenti nel senso dell’amore per sè è fondamentale perchè vuol dire non dipendere dalla valutazione o svalutazione altrui.
Ne abbiamo solo accennato per ora e sarà il tema dei prossimi incontri.

Il gruppo è aperto a tutte le donne.

Feb
12
mer
Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne
Feb 12@18:00–19:30
Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne

Mercoledì 12 febbraio 2020

ore 18

Presentazione di

“Femonazionalismo
Il razzismo nel nome delle donne”

di Sara R. Farris

saranno presenti

le traduttrici

Marie Moïse

Marta Panighel

Introduce

Assemblea Non Una di Meno Padova

Il concetto di femonazionalismo, coniato da Sara R. Farris in questo libro, è già diventato una categoria analitica di riferimento per molte pubblicazioni e dibattiti femministi. Una cornice teorica per leggere un fenomeno inaspettato dell’epoca contemporanea: l’uso da parte dei partiti di estrema destra della rivendicazione dell’uguaglianza di genere per portare avanti politiche islamofobe e razziste.

Oggetto di indagine sono le strategie comunicative della Lega di Matteo Salvini, del Front National francese di Marine Le Pen e del Pvv di Geert Wilders nei Paesi Bassi. Le loro retoriche insistono sull’idea che gli uomini migranti siano un pericolo per le società occidentali dato il loro atteggiamento oppressivo verso le donne. Una narrazione di cui troviamo ricorrenze storiche nelle politiche coloniali impegnate a rappresentare gli uomini Altri come minacce sessuali e le donne Altre come proprietà dei “salvatori” bianchi.

Ma il femonazionalismo è una ideologia che scaturisce da un’inedita intersezione tra nazionalisti, politici neoliberisti e alcune associazioni femministe e donne delle istituzioni. Una convergenza che nasce dalla volontà di mantenere la catena materiale della produzione e della riproduzione sociale. Nascondendo le disuguaglianze strutturali dietro conflitti culturali il femonazionalismo contribuisce alla riorganizzazione neoliberista del welfare. Se gli uomini migranti sono accusati di “rubare il lavoro” o essere dei “parassiti del welfare”, le donne migranti invece permettono agli europei e alle europee di lavorare nella sfera pubblica garantendo quel lavoro di cura che le ristrutturazioni neoliberiste hanno mercificato: lavori domestici, baby sitting e assistenza per anziani e disabili.

Ne viene fuori una contraddizione di fondo: si sostiene di voler emancipare le donne non occidentali relegandole in quella sfera lavorativa da cui i movimenti femministi hanno storicamente cercato di liberare le donne. E riducendo il tema dei diritti di genere a uno scontro di civiltà si legittimano le molteplici forme di oppressione che ancora colpiscono le donne.

L’uso contemporaneo del femminismo e dell’uguaglianza di genere come strumenti al servizio dei discorsi nazionalisti e razzisti dev’essere compreso non semplicemente come una «copertura ideologica» in senso negativo e limitato, come una distorsione o una bugia. L’ascesa del femonazionalismo deve essere decifrata anche in diretto collegamento con la posizione specifica delle donne occidentali e non occidentali nella catena economica, politica e materiale in senso lato della produzione e della riproduzione.

Marie Moïse, attivista, è dottoranda in filosofia politica all’Università di Padova e Tolosa II, scrive di razzismo, femminismo e relazioni di cura. È co-autrice di Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (Effequ 2019) e co-traduttrice di Donne, razza e classe di Angela Davis (Alegre, 2018).

Marta Panighel è dottoranda in Sociologia all’Università di Genova e attivista transfemminista queer. Si interessa di femminismi contemporanei, intersezionalità, razzismo e colonialismo.