Recensione del libro

“Ma mia cara Mildred, tu non devi sposarti”, stava dicendo indignato. “La vita è già abbastanza difficile senza questi propositi allarmanti. Ti ho sempre creduta così equilibrata e assennata, una donna davvero eccellente. Mi auguro che tu non stia pensando al matrimonio”

La signorina Lathbury, Mildred Lathbury è una donna di trentacinque anni che vive sola in un quartiere periferico di Londra. Siamo nel secondo dopoguerra, e la signorina Lathbury vive una vita piena, al mattino lavora presso un ente di sostegno per gentildonne decadute e al pomeriggio è impegnatissima con l’organizzazione della vita in parrocchia. Una sola cosa manca nella sua vita e sembra essere il fulcro di tutti i commenti e dei giudizi su di lei…  non è ancora sposata. Ebbene sì, la signorina Lathbury di avvia sulla strada del zitellaggio, sta diventando una di quelle “donne eccellenti” che assistono il pastore e gestiscono, con serietà e compitezza, la vita della parrocchia.

Ma come si sente e si vede –  a partire da sè -, Mildred? Mildred è una donna attiva,  con un grande e cinico senso dell’umorismo che si ritrova, suo malgrado, costantemente impegnata a risolvere situazioni complicate: matrimoni sull’orlo del fallimento, fidanzati abbandonati, sorelle in crisi.  In quanto donna nubile e quindi senza (apparenti) occupazioni se non il rendersi utile agli altri, viene interpellata per ogni tipo di problema.

Lo sguardo della comunità, che la vorrebbe alla ricerca costante di un marito, non si addice invece al suo sentire; lucidamente consapevole delle limitazioni alla libertà personale insite nel ruolo di moglie, appare a se stessa (e a noi) come una donna pacificata e, perchè no, piuttosto felice. Ad un marito incapace di prepararsi anche solo un uovo sodo preferisce la sua libertà e il suo appartamentino con due stanze. Un romanzo ironico, estremamente divertente e raffinato, sulle gioie della solitudine e sulla bellezza di conservare la fantomatica ‘ stanza tutta per sè’.

Con questo libro, la casa editrice Astoria ci fa scoprire un meraviglioso classico moderno della letteratura inglese e un’autrice che con grande ironia e uno stile inconfondibile ci racconta il mondo delle donne non accompagnate, ma egualmente felici.

Forse stavo proprio diventando una zitella abitudinaria, ma essere svegliata mi aveva irritato. Allungai la mano verso il piccolo scaffale dove tenevo libri di cucina e di preghiere, il tipo di lettura più rilassante da fare a letto. La mia mano avrebbe potuto afferrare Religio medici, ma, con mio sollievo, afferrò invece La cucina cinese, e di lì a poco mi addormentai.

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Barbara Pym

Raramente a una scrittrice è capitato di essere considerata “fuori moda” in vita per poi essere riscoperta, sempre in vita, come un classico: è quello che è successo a Barbara Pym (1913-1980), laureata a Oxford, che inizia a pubblicare nel 1950 suscitando stima e simpatia da parte del pubblico e della critica. Ma nel 1963 il suo editore dichiara che non c’è più un pubblico per i suoi libri, e l’autrice li vede andare fuori commercio uno dopo l’altro. Nel 1977, il “Times Literary Supplement” fa un’inchiesta sugli scrittori più sottovalutati del secolo e due autori di fama indicano il nome di Barbara Pym. In poco tempo, vengono ristampati i suoi vecchi libri, che diventano bestseller e sono tradotti in moltissimi paesi stranieri, ed escono tre nuovi romanzi. Dopo la morte, per volontà di Hazel Holt, la sua curatrice letteraria, ne vengono pubblicati altri tre, tra cui Crampton Hodnet. Da allora la reputazione di Barbara Pym non ha fatto altro che crescere. Paragonata a Jane Austen per la capacità e la grazia sopraffine con cui ritrae il quotidiano e le relazioni umane, Pym trasforma l’ordinario in straordinario. L’ironia con cui descrive il mondo è pungente ma affettuosa e serve ad accettare le quotidiane, inevitabili ingiustizie dell’esistenza.