Potrebbe trattarsi di ali

Recensione del libro

Si tratta di ali, di una battaglia in cielo di Emilia Bersabea Cirillo

di Barbara Buoso

 

Forse non è un caso che mi venga in mente un Festival di Cannes, quello del 2005, eravamo in trepidante attesa per Quando sei nato non puoi più nasconderti, di Marco Tullio Giordana ma per ingannare l’attesa ci siamo visti Battaglia in cielo, scritto e diretto da Carlos Reygadas. Il film si apre e si chiude con una fellatio in primo piano, la proiezione per ‘noi’ giornalisti (ma io ero una imbucata) si trasformò in una corrida dove, dalla propria poltroncina riservata si imprecava contro il collega che fischiava o che applaudiva. Aprirono anche le porte tagliafuoco di emergenza per alleggerire il clima. Sarebbero serviti gli idranti, a un certo punto.

Il regista messicano, allora, di appena 34 anni, menzione speciale per la Camera d’oro a Cannes 2002, ha spiegato: “Voglio che sia il principale tema del film: un uomo e una donna che si prendono in una particolare intima situazione ma non arrivano a comunicare veramente. Non è pornografia, che è fatta per eccitare lo spettatore. Il sesso qui è carnale e metafisico, superficiale e profondo. Ho provato a mostrare la fellatio come un atto sessuale e un atto di fede”

Per Emilia – e arrivo al suo Potrebbe trattarsi di ali, edito da L’Iguana – è il rapporto col corpo, col ‘proprio stare’ al mondo visibile, a essere continuamente confutato, celebrato, rinnegato, ingrandito, rimpicciolito, avvicinato, allontanato. La raccolta, un agile volumetto di 168 pagine, mette assieme sette racconti: Potrebbe trattarsi di ali, che apre la raccolta, Soul Doll, Fuori misura, Come si fa a dire se; Così ti passa la paura, Se stasera sono qui e Sangue mio. Nel primo racconto, Colomba, un’agiata borghese alle prese con la fisioterapia viene ripresa mentre (un po’ goffamente) mentre, contemporaneamente, anela al calore della cagnetta, Pupa; rosica (abbastanza evidentemente, non emerge la presunta ostilità della padrona di casa) quando scopre della tresca amorosa tra le due donne di servizio; Pierina e Mariassunta, tenta, disperatamente, di trovare un contatto fisico – che non sia legato al suo ruolo di moglie e madre esemplare – con un’altra paziente del centro fisiatrico. Un contatto che non rappresenti un ricamo, un rammendo, ma che sia lo strappo: “Che faccio. Porto il cane a passeggio. Leggo. Vado dal parrucchiere una volta a settimana. Il giovedì ricevo le amiche per il burraco. Telefono ai miei figli, tutti i mercoledì. Aspetto mio marito a cena, la sera. Che faccio. Rammendo, tempo, pensieri, che faccio prendo il filo e lo taglio, cerco i buchi, li tappo, ricamo su un fiore per nascondere lo strappo, che faccio, attendo il rosa, il nero, l’azzurro”.

In Soul Doll, il secondo racconto, non ti colpisce tanto la bizzarria (manco tanto bizzarra) di Camillo che si ordina la bambola da tenere in casa per sfogare gli appetiti sessuali castigati per colpa dei tentacoli della madre che cerca di salvaguardare la proprietà, compresa il figlio. Piuttosto strugge l’immagine di questo uomo che mentre sta per tirarsi su i pantaloni, dopo aver fatto il bagno, vede la propria mano staccarsi e rotolare ai suoi piedi, conclamando l’impotenza e la detonazione di ogni azione possibile. “Meglio presentarmi per come sono davvero”. Camillo Gussone, titolare della Camillo Gussone & eredi, esercizio gestito dal nonno, dopo dal padre e ora da lui, esercizio in cui entrano solo donne alla caccia di sconti e pare di sentirla la sua vecchia madre che cita Pavese: “Nessuna donna fa un matrimonio d’interesse: tutte hanno l’accortezza, prima di sposare un milionario, d’innamorarsene”.

Tutti i racconti di Emilia corrono sul filo dell’avvicinamento di corpi e dell’inesorabile allontanamento, espropriazione. In Sangue mio, Anna, per cinquanta milioni partorisce una bambina, la vende, per poi tornare a cercarla, in fin di vita, per verificare se la può salvare dalla morte donandole il midollo. Un continuo dare per strappare via, dalle mani, dalle carni proprie e da altrui esistenze.

O ancora in Così ti passa la paura dove Laura, dopo avere appena perso il lavoro, non si fa scrupoli ad andare a cercare una vecchia amica benestante, Bianca, per – è evidente – chiederle aiuto ma scappa quando si rende conto di avere davanti una specie di moderna Madre Teresa di Calcutta e lei vuole aiutare solo se stessa.

In questa accesa battaglia nel cielo della vita, nella difficoltà di ‘stare al mondo’, delineando uno spazio fisico, in una costante ricerca di equilibrio in volo come solo gli uccelli sanno fare quando, in aria, si combattono come equilibristi si apprezza in Emilia, oltre alla originalità del tema, la scrittura sempre raffinata, la messa in atto di dispositivi narrativi impeccabili, il vezzo della parola.

Dettagli prodotto

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  • Anno : 2017
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  • Prezzo € : 14,00
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info autrice / autore

Emilia Bersabea Cirillo

Emilia Bersabea Cirillo, architetta, vive e lavora ad Avellino. Ha pubblicato Il pane e l’argilla. Viaggio in Irpinia (Filema, Napoli 1999), i racconti Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), Premio Chiara 2002, i romanzi L’ordine dell’addio (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea, e Una terra spaccata (Edizioni San Paolo, Milano 2010) vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata, i racconti Gli incendi del tempo (et al. edizioni, Milano 2013). Non smetto di aver freddo è vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva.